Svelte radici

12.00 

Autore: Sandro Pecchiari
Editore: Samuele Editore
Anno: 2013
Pagine: 92
ISBN: 9788896526453

Descrizione

Svelte radici
Svelte radici
di Sandro Pecchiari
Essere nel mondo, pare dirci questo Sandro Pecchiari. Tutto entra in questa sorta di Canzoniere abitato e toccato dagli uomini, soprattutto attraversato, reso noto dall’importanza che hanno per il poeta i luoghi riportati alla fine dei versi, le città in cui quei versi sono stati ispirati. Pecchiari sceglie il “contatto” della visione, di immagini piane – ma anche labirintiche – che non dimenticano mai di attraversare le cose stesse. Sono paesaggi captati nel loro carattere assoluto proprio perché mantengono la naturale carica vitale di una visione, se così si può dire, fatta di istanti e natura (tanto da farci venire in mente, talvolta, quel capolavoro d’immagini che è stato Picnic a Hanging Rock). L’equilibrio è sostenuto anche da una tecnica che domina una linea classica (spesso viene in mente Foscolo. O Leopardi), che ben corrisponde al carattere introspettivo e meditativo del libro. Una poetica dello sguardo (anche) panico ma dove, attenzione, non c’è nessuna istanza consolatoria, almeno di prima battuta, fin dall’inizio infatti l’autore ci ammonisce senza troppe mediazioni: “E mentre voli in questi luoghi/ li tocchi quasi e quasi li conquisti/ regala loro presto un nome/ perché da qualche parte/ il tuo gran regno sta diventando pioggia”.

È chiaro che la componente visiva e sonora della parola trasforma la pagina in uno spazio scenico (una sorta di trait d’union che pervade tutto il testo), in cui certo i quadri sono importanti, soprattutto perché permettono di registrare le trasformazioni del soggetto, del suo modo di percepirsi e percepire. Spicca la presenza del “corpo” (non solo umano) inteso nella sua eccezione di elemento naturale e visibile che, più degli altri, diviene esempio di metafora di uno spazio altro: “rivelando rudemente/ la distanza vasta e vuota/ tra noi/ e ciò che non vediamo”. Altre volte il corpo è investito da una diversa modulazione lirica, tra onirismo e carica erotica, ma nulla che presti troppo il fianco a un canto orfico, nessuna traccia di conforto, sollievo o compiacimento, come ben rappresentano alcuni versi che ruotano intorno a un sentimento sempre consapevole: “Né io né tu tentiamo/ l’amore che ci resta”. Non è indifferenza al senso, piuttosto è affidare al senso quella leggerezza che gli compete e senza la quale è un fallimento qualsiasi ricerca.
(dalla prefazione di Mary Barbara Tolusso)

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