fiore nella notte

Fiore nella notte

18.00 

Autore: Borut Spacal
Editore: ZTT EST
Anno: 2007
Pagine: 174
ISBN 9788871740911

Descrizione prodotto

Fiore nella notte
Fiore nella notte
Luigi Spacal nei ricordi di un figlio
di Borut Spacal

Siamo alla fine del molo e continui a guardare il sole che si sta abbassando verso Grado.
Sei proprio vecchio papà. Quando venti o più anni fa hai espresso il desiderio di aspettare il 2000, ti sembrava un traguardo quasi impossibile, ma ce l’hai fatta. Avevi sempre voglia di vivere. Cosa non avresti fatto per prolungare la tua vita. Avevi sempre la sensazione che c’era da fare ancora qualcosa, che il tuo lavoro non era finito, che c’era ancora un potere creativo in te. Ma poi hai perso il tuo primo figlio e la voglia di vivere si è affievolita, per scomparire quasi del tutto quando un anno fa se n’è andata anche la mamma.
E cosa dire della tua lunga vita? Se la prima metà era tutta in salita e ti affannavi tra mille insidie e ostacoli, la tua incredibile tenacia ti ha fatto in ogni modo raggiungere la meta e la seconda metà della vita l’hai fatta da protagonista.
Ci hai messo del tempo per affermarti. E come spesso succede per i grandi artisti, i primi riconoscimenti ti sono venuti da lontano e dall’estero. Agli inizi degli anni cinquanta, a Trieste, ma anche a Lubiana, ti si continuava a guardare con sospetto e senza comprenderti. Sono stati i grandi premi internazionali, città di Roma nel 1954 e quello della biennale di Venezia nel 1958 ad aprirti la strada; poi le affermazioni e i riconoscimenti si sono susseguiti a valanga.
Non ne ricordi che una piccola parte. È vero papà? Il premio della Presidenza della Repubblica, il gran premio Preseren, il San Giusto d’oro e ultimamente il premio Jakopiå. Quanti presidenti della repubblica si sono complimentati con te e volevano stringerti la mano. Hai ricevuto onorificenze dal presidente Tito, ma anche dai presidenti italiani.
Vedi, papà, se nei tuoi vent’anni lo Stato Italiano ti ha considerato terrorista, ora ti ha nominato Commendatore della Repubblica. Ma a te ormai importa ben poco e forse il riconoscimento che hai gradito di più è quel pozzo, quella ætirna con il tuo gallo scolpito nella pietra, che nella piazza di Sales ti ha dedicato il comune di Sgonico.
Le tue mostre hanno fatto il giro del mondo, hanno toccato le maggiori capitali. Le tue opere sono esposte nelle principali gallerie, da Parigi a Tokyo e da Sydney a San Francisco, nel castello di Ætanjel ti è stata dedicata una galleria con una tua mostra permanente, ma quello che probabilmente a te più importa è che i tuoi quadri e soprattutto le tue grafiche sono appese in migliaia di case, continuano ad essere ammirate, continuano ad invitare la gente a riconoscere il bello a rendere meno tristi i momenti di sofferenza. E perfino molti di quelli che non conoscono le tue opere e che non hanno mai sentito parlare di te hanno fatto proprie le tue immagini e i tuoi simboli del Carso e dell’Istria. Forse è proprio questo il pregio di un grande artista: trasmettere un sentimento, un’emozione che viene fatta propria da tanti altri.
Ora Trieste e Lubiana fanno a gara a chi sarà capace di celebrare in modo più degno i tuoi novanta anni, a preparare meglio una grande mostra antologica. Ma forse è un addio, papà, forse è un addio che queste città ora ti vogliono dare.
Il presidente sloveno Kucan ha inaugurato pochi giorni fa la mostra alla Moderna Galerija di Lubiana. Un fiume di gente all’inaugurazione, altroché quella volta nel lontano 1955 quando a Lubiana hai fatto la tua prima timida apparizione.
«Che cosa ha detto Kucan, ha detto qualcosa di me?».
Si, papà, ha detto che sei un grande artista e che per merito del tuo lavoro la vita ci appare a tutti un po’ più bella.
Ma la vita continua a non essere proprio bella. La sofferenza, le guerre, l’odio proprio non mancano. Ce ne vorrebbe del tuo ottimismo, ce ne vorrebbe della tua arte perché le cose ci appaiano un po’ migliori. Riprende la nostra passeggiata. Ora il sole lo abbiamo alle spalle, percorriamo a piccoli passi il molo nell’altra direzione per il ritorno a casa.
«Buon giorno professore». Chi era? Non occorre dire, che non lo sai. Ed invece no, di lui ti ricordi tutto, ti è sfuggito soltanto il nome. «È un fascista», dici, un mangiaslavi, come tu li chiamavi.
Ma, finiscila, papà, non ci sono più i fascisti, mettici una pietra sopra, dimenticati delle botte, dell’olio di ricino, della prigione, c’è la riconciliazione storica ora!
«Porca malora, becca deva!»
Che cosa stai ringhiando tra i denti, cosa bestemmi?
Ti siedi su una bitta. Devi prendere fiato. Poi ti volti ancora una volta, osservi le barche, guardi di nuovo verso Miramare, poi verso Barcola, il faro della Vittoria. Cerchi di catturare quegli ultimi raggi di sole. Ascolti il concerto composto dal mare mosso dalla brezza, dal canto stridulo dei gabbiani, dal tintinnio degli ormeggi.
Ritorniamo a casa. Ti afflosci esausto sul divano. Sto per lasciarti, ma tu devi chiedermi ancora qualcosa.
«Ha giocato la Juventus oggi?».
Si, papà, ha giocato, ha vinto.
Addio, papà.
Borut Spacal

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